Jodida, pero contenta
Il testo non corrisponde al 100% alla mia situazione attuale, ma in buona parte sí. Buon ascolto. jodidaperocontenta
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Il testo non corrisponde al 100% alla mia situazione attuale, ma in buona parte sí. Buon ascolto. jodidaperocontenta
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La giornata inizia con il tedium vitae, con la sensazione di non capire di chi poter fidarsi e la fantasia di poter risolvere tutto con un paio di occhiali rosa. Quique che vomita proprio mentre mi metto finalmente a lavorare. Ricordi, molti dei quali olfattivi. Mi sento un po’ come Hans Schier, che non si stacca dal complesso di un padre ingombrante e che intuisce l’odore di/intorno alle persone con cui parla al telefono. Troppe corrispondenze. Di odori, di parole, di luoghi. A volte di suoni, ma non cosi’, spesso, in fondo, visto che mi contorno di tantissimi suoni e cosi’ si diluisce il tutto. Alcool che mi da’ sempre piu’ fastidio, nella bocca amara di un altro e nel mio corpo che lo rifiuta sempre di piu’. Che chiede aria, tatto, sangue. Cloro, che mi ricorda un’altra vita, un’altra me, un ottimismo che a volte sembra tornare, a volte sembra lontano. Pelle, il cui odore mi ricorda sorprendentemente un’altra pelle, dello stesso colore e dalla storia molto diversa. Casa, come un timbro olfattivo, fatto di tante frequenze che a volte non distinguo singolarmente. Una casa da riempire. Hablo de cambiar esta nuestra casa, de cambiarla por cambiar nomás. Caffe’, sempre meno e sempre piu’ sorseggiato. Corrispondenze inseguite e corrispondenze spuntate all’improvviso. Parole ritrovate. Forse e’ il chaos, ma almeno non e’ piu’ un loop. Oggi non recito la parte di me stessa. In realta’, neanche so piu’ chi ero, nel complesso, e vivo questa sensazione con leggerezza. Tagliare i rami secchi, lo sto gia’ facendo. Finire di pulire, prima di far spazio a nuove cose. La scopetta di fine anno. Ne sto preparando alcune, per chi credo ne abbia bisogno. Non importa per fare spazio a cosa, non importa se per fare spazio a me, o no. Ora non mi importa, ed e’ una bella sensazione. All’improvviso il tedium vitae non c’e’ piu’.
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Non e’ piu’ tempo di timidezze o esitazioni, siamo circondat*! Ormai il consenso verso le idee piu’ reazionarie e’ come un blob che travolge le citta’. C’e’ grossa confusione. Ieri si e’ presentata in radio una tizia con le celtiche sulla borsa, perche’ in fondo essere di destra o di sinistra e’ diventato come preferire la pasta o il riso: ognuno ordina per se’, ma si sta a tavola insieme. A Chimica hanno rifiutato un incontro sui desaparecidos perche’ “la protesta e’ apolitica”. Io continuo ad avere problemi sul lavoro solo perche’ si vede che sicuramente non voto AN (e non vado in giro vestita da punk, semplicemente non mi vesto da pariolina tipica), a lezione di spagnolo sento discorsi allucinanti. Stiamo entrando lentamente in una dimensione autoritaria e violenta. Ma l’anestesia e’ stata fatta bene. Non e’ piu’ tempo di timidezze o esitazioni. DI cazzeggiamenti e di chiusure emo (parola che va tanto di moda).
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Quando sei ragazzin* nemmeno sai cosa vogliono dire tante cose di cui hanno scritto i “grandi” (sia per età, che per importanza culturale). Forse puoi fartene una vaghissima idea. Poi certe esperienze le vivi, o le vivono quell* che conosci. Come la perdita di un figlio. E allora, mentre hai il cuore gonfio di tristezza per chi sta passando un momento pressoché imprevedibile, inimmaginabile, ti tornano in mente strofe che solo ora acquistano un significato pieno, reale. Inutile dire che sarebbe stato meglio conservare quella distanza tra vissuto e studiato. Per tragica coincidenza, questo bimbo portava lo stesso nome di quell’altro bimbo di memoria letteraria. Dedicato a Dante, e ai suoi genitori.
L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Da’ bei vermigli fiori
Nel muto orto solingo
Rinverdì tutto or ora,
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.
Tu fior de la mia pianta
Percossa e inaridita,
Tu de l’inutil vita
Estremo unico fior,
Sei ne la terra fredda,
Sei ne la terra negra;
Né il sol piú ti rallegra
Né ti risveglia amor.
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No, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no, no. Perche’ e’ mio diritto non avere un senso di appartenenza, perche’ posso scegliere e cambiare ogni volta. Perche’ i compromessi sono una cosa, e i punti di incontro un’altra. Perche’ nessuno potra’ accusarmi di averlo offeso se scelgo che quello che gli appartiene a me fa cacare. Perche’ sono contenta di lasciarmi cose alle spalle. Perche’ avevo dimenticato che la vita e’ una lunga ricerca. Perche’ in fondo “no” lo dico proprio bene, ha un bel suono pieno.
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Momento catartico: il concerto di actitud maria marta è andato una meraviglia. La dimostrazione che possiamo proporre qualcosa di “nuovo”, forte. Bella soddisfazione, anche un po’ alla faccia di chi questo concerto ha voluto snobbarlo.
Il resto va, diciamo. Alcuni rami secchi tagliati, ma ancora da spazzare via. Vederli a terra ancora li’ non fa bene. A volte mi sento forte, a volte sento una forza che mi risucchia giù. Mi faccio coraggio da sola.
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Io non so per quale motivo, se mi chiedono quanti anni ho, istintivamente mi viene da dire “27″, sottraendomi candidamente un lustro di vissuto. Vediamo un po’, cosa facevo a 27 anni? Mh…Ah, s’, mi leccavo le ferite da Genova, senza accorgermi dell’infezione che si stava verificando all’interno. Partivo in maniera del tutto scriteriata alla volta dell’America Latina inseguendo una persona che ritenevo importante, uno con cui riuscivo a parlare e che mi sapeva capire, per poi tornare, disgustata dalle sue ipocrisie da fricchettone egocentrico che si godeva la spiaggia di Trujillo, mentre la gente non lontano da lì moriva di fame. Restavo senza casa per un po’, mentre al lavoro (25 euro per sei ore, a gettone) mi mobbizzavano. Andavo in depressione pesante e la mia vita si bloccava. E forse e’ ancora bloccata. Forse ora capisco perché mi viene da dire “27″. Che poi e’ un bel numero. Ed e’ multiplo di tre. Ora vivo in una citta’ dalla lama facile, dall’imbroglio facile, dall’ammanicamento facile, dall’egoismo diffuso. Rapporti inconsistenti, per lo piu’. I pochi che ritengo validi me li tengo cari cari, come si dice dalle mie parti. Tanta fuffa intorno, anzi no, sono io “che so’ limitata, che so’ vetero, che so’ gnorante”, con tutti questi artistoidi yeah yeah performantissimi, che pero’ fanno i comunisti, ma non sanno nemmeno cosa sia la solidarieta’ con il compagno che si trovano accanto in assemblea, se resta senza lavoro o ha difficolta’. Con qualche eccezione rappresentata da persone che ringrazio all’infinito.
Io mi sono seccata di fare l’equilibrista delle relazioni, sempre a temere che qualcuno che sbrocchi, che non capisca, che mi soffochi. Sto meglio con i gatti. L’avevo detto che sarei finita cosi’.
Dovrei rileggere “La montagna incantata” di Mann, intanto. Chissa’ se anch’io cerchero’ di dare un senso alla mia vita con la guerra.
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Stamattina mi sono svegliata con la lieve sensazione di aver sbagliato vita.
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Fammi un’iniezione di vita, cerchiamo qualcosa di stimolante, smettila di parlarmi del tuo lavorolavorochecisiamoquasihoprospettiveperilfuturonancheseadesso-
vacosi’cosi’enonhovistoquasiuncentesimo.
Andiamo al parco, recuperiamo le cose vecchie, di cui ci siamo dimenticati, le cose belle che facevamo e che eravamo, mettiamo in ordine. Andiamo in giro, andiamo al cine, inventiamo qualcosa. Perche’ io cosi’ mi sento morta.
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Saranno mesi duri, o non (lo) saranno affatto. Annuncio grosso impegno fino a ottobre prossimo, spero di non fuggire. Da novembre sono piu’ che disponibile per eventuali lavori (con IVA e contributi INPS).
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